Commento al Vangelo della Solennità di Maria Ss. Madre di Dio

Lc 2,16-21

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Il Vangelo di oggi è dei pastori. Ma quale sentimento ispirava nella società dell’epoca questa particolare classe? Diversamente dal sentimento bucolico folcloristico con cui la loro immagine risuona oggi — basti pensare ai nostri presepi — questi rappresentavano il prototipo dell’uomo abbrutito dal continuo contatto con gli animali, costretto ad una vita senza fissa dimora e per questo, non riconosciuto da nessuno ed emarginato. Rilevante è il fatto che la centralità dei pastori nell’episodio non dipenda tanto da una preferenza del Dio, quanto da una predisposizione/apertura dei pastori stessi, in quanto asociali, emarginati, rispetto a un Dio come quello raccontatoci da Gesù.
“Le multinazionali del denaro, le superpotenze del potere, i nobili del sapere, coloro che dirigono questo mondo di tenebre non hanno antenne per captare notizie come queste.” (L’Esodo dell’Uomo libero, Josep Rius-Camps)
Ciascuna frase è da leggersi alla luce di una prospettiva che è la loro e con la quale i Vangeli insegnano a familiarizzare, abituando all’immagine di un Dio che dialoga con le categorie basse della società. Il rapporto non si limita al dialogo, Gesù bimbo parla con i fatti il loro stesso linguaggio crudo. I pastori sono convocati alla culla del Messia su invito diretto, e personale, perché siano i protagonisti di una festa che pare allestita per loro: ogni cosa è predisposta affinché ad attenderli trovino qualcuno in cui possano riconoscersi, che condivida la loro condizione e sorte, dinanzi alla quale non occorre inchinarsi con timore reverenziale ma farsi intimi.
È l’inizio di un cambiamento di valori unico nella storia.
“Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia.” (Lc 2, 16)
Ed ecco il nostro presepe! Al centro vi è la figura di Giuseppe, nell’ottica dell’evangelista colui che conferisce l’ascendenza dalla dinastia davidica, mettendo il suo casato al servizio degli uomini; Maria, mamma, simbolo dell’amore gratuito che si apre al nuovo proprio come i pastori, amore che tutto capisce e dove non capisce conserva; infine il “bambino”, ancora senza nome, impotente in una mangiatoia a dialogare con gli emarginati sin dai primi istanti.

Giulia Mattera

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